Californication

Editoriale settembre 2014

La prima luce del giorno penetra forte attraverso le veneziane e illumina la stanza costringendomi ad aprire gli occhi. Sono le 6.15 a Venice Beach, Los Angeles ed è ora di alzarsi. Pochi minuti dopo, pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica, scendo rapido le tre rampe di scale che vanno dal mio appartamento alla strada. Alloggio in una sorta di residence ricavato da un vecchio edificio industriale con gli interni e i pavimenti di legno dove, nonostante la spessa moquette, ogni passo sembra far scricchiolare l’intero stabile. Uscito dalla porta mi imbatto in un gruppo di senzatetto che raccoglie i propri oggetti distribuiti a terra per la notte. Si accampano nelle stradine laterali perché gli è proibito dormire a ridosso della spiaggia durante la notte. Svolto l’angolo e incrocio una pattuglia della polizia che sembra incaricata di svegliare gli homeless in modo che liberino le strade dai loro averi. Suonano a singhiozzo la sirena e con l’altoparlante ripetono “time to wake up” (tempo di svegliarsi), contribuendo così involontariamente a regolare gli orari di tutti quelli che vivono nella zona.

Superato l’Ocean Frontwalk, la strada pedonale di negozi lungo la spiaggia, percorro l’ampia distesa di sabbia che separa l’edificio dove alloggio dalla riva del mare. Nonostante la vivacità di Venice Beach e la presenza di molti vagabondi, la spiaggia è straordinariamente pulita grazie anche a una sorta di esercito di persone e mezzi meccanici che ogni giorno passa a tappeto l’intero litorale.

Alla mia sinistra intravedo Muscle Beach, la palestra all’aperto ancora deserta e lo skatepark frequentato durante il giorno da veri e propri artisti dello skateboard. Ogni 500-800 metri lungo l’intera spiaggia c’è una casetta azzurra dei bagnini chiamati più avventurosamente Lifeguards. Ognuna serve anche come punto di riferimento visto che prende il nome della strada perpendicolare alla spiaggia che arriva in quello specifico punto. Per la maggior parte del giorno ad ogni stazione c’è un bagnino dotato di jeep gialla e della famosa divisa rossa con salvagente che hanno ispirato la serie televisiva Baywatch.

Mentre mi avvicino alla riva del mare vengo colpito dal frastuono delle immense onde del Pacifico e mi accorgo di non essere solo. La spiaggia sta prendendo vita. Persone che corrono, surfisti pronti a cavalcare le onde della prima mattina, coppie che fanno yoga, anziani che praticano il tai chi, una popolazione discreta di salutisti mattinieri invade silenziosamente una delle spiagge più famose d’America, il paese che noi europei consideriamo “la patria di fast food, patatine e ciccioni”.

Dopo aver fatto colazione decido di tornare in spiaggia a prendere le ore buone di sole e fare un carico di vitamina D.  In lontananza dalla riva vedo un gruppo di delfini che giocano e balzano come degli atleti fuori dall’acqua.

Disteso al sole ho tempo per osservare le persone che più numerose di prima animano la spiaggia e noto che molti sono in sovrappeso ma altrettanti sono davvero in forma. Mi viene naturale fare un paragone con le nostre spiagge italiane dove le persone molto sovrappeso sono forse meno (davvero?) ma sono di sicuro molte molte meno anche quelle in forma.

Più tardi decido di andare a fare la spesa da WholeFoods, una catena di supermercati di alimenti biologici e salutistici molto diffusa in USA e a Los Angeles in particolare. La scelta è enorme e anche se i prezzi sono piuttosto elevati c’è sempre la coda, a qualsiasi ora si vada. La food revolution qui viaggia a piena velocità e coinvolge numeri enormi di persone che hanno in comune il desiderio di curare la propria salute. Alle casse spunta la faccia del Dr. Oz immortalata nella sua nuova rivista, The Good Life. Ormai Oz è l’indiscussa guida degli americani per una vita sana grazie alla sua trasmissione televisiva, una delle più seguite, al suo sito, uno dei più visitati, e adesso anche alla sua rivista, nata ed esplosa in un’epoca non certo rosea per la carta stampata.

Finita la spesa è arrivato il momento di fare la scorta di integratori visto che i pochi che ho portato dall’Italia sono già finiti. Mi fermo da LA Urban Fitness Nutrition Center sulla Main Street, una strada di negozi che connette Venice con Santa Monica. La scelta è impressionante e i prezzi di gran lunga più bassi che in Italia. I commessi sono molto informati e molto onesti nel suggerire i prodotti anche sulla base di esperienze personali, visto che vengono assunte persone che fanno sport, mangiano sano e usano integratori. Dentro al negozio i clienti sono molto variegati e di ogni età, segno che anche l’uso degli integratori è ormai un fatto comune che non riguarda specifiche categorie di persone.

Anche riguardo a questo da noi le cose sono molto diverse. Viene considerato del tutto normale che le persone prendano pillole per dormire, pillole per svegliarsi, pillole per andare in bagno, pillole per smettere di andare in bagno,  pillole per abbassare la pressione e pillole per aumentarla, pillole per essere felici e pillole per non essere in ansia, ma quando invece si assumono integratori per rimanere sani e in forma, ah allora lì è tutto diverso! Se ne sentono di tutti i colori: non servono a nulla, fanno malissimo, intossicano.

Molti hanno delle opinioni del tutto infondate e frutto di una totale ignoranza in materia ma non esitano a esprimerle comunque. L’uso sapiente e scientifico di esercizio fisico, nutrizione, tecniche di rilassamento e integratori per arrivare a ottimizzare le funzioni dell’organismo è l’essenza della medicina anti-aging e, per quanto ne sappiamo oggi, è l’unico modo per tentare di arginare la degenerazione che ci colpisce negli anni. Non per paura della morte e nemmeno della vecchiaia ma per il desiderio di vivere in salute perché salute vuol dire libertà e la malattia è invece la più dura delle prigionie. A pochissima distanza dalla Main street c’è la Gold’s Gym, la palestra resa leggendaria dai campioni del bodybuilding degli anni settanta tra cui ovviamente Arnold Schwarzenegger. La Gold’s (come viene chiamata da queste parti) è molto diversa dalle palestre italiane ed europee. A qualsiasi ora si entri (è aperta dalle 4.00 alle 24 tutti i giorni) c’è un via vai continuo di persone di ogni genere: bodybuilder agonistici dai fisici esageratamente muscolosi, eccentrici artisti della zona di Venice, giovani dediti al fitness o al crossfit, attori che si mettono in forma per il prossimo ruolo, modelle, persone che fanno yoga e aerobica, il tutto in uno spazio immenso suddiviso in varie sale non particolarmente curate ma piene zeppe di attrezzi.

Sulle pareti un po’ scrostate e altissime, tipiche di un magazzino industriale, le foto dei campioni che si sono allenati lì, le magliette dei vari giocatori di basket o football, i poster dei film degli attori clienti della palestra e i diversi loghi che hanno contraddistinto l’immagine della Gold’s Gym negli anni. Da nessuna parte viene indicato che la palestra originaria, quella dove si allenava Arnold, in realtà è a pochi metri di distanza in un edificio molto piccolo sulla cui facciata si nota ancora un po’ scolorita l’originale scritta Gold’s Gym.

Finito l’allenamento è quasi ora di cenare. A poca distanza dalla palestra c’è la Firehouse, un bar ristorante ricavato da una vecchia caserma dei pompieri, dove si trova cibo senza sale, riso integrale, patate, broccoli, pollo, tutto preparato nel più salutare dei modi.

Non c’è nulla da fare, l’America colpisce sempre duro. Come le onde del Pacifico. A prima vista sembrano lente e innocue ma poi, anche nelle giornate più calme, ti scaraventano addosso una massa enorme di acqua che prima ti stordisce e poi tende a trascinarti al largo. È un po’ questo l’effetto che percepisco ogni volta che torno negli Stati Uniti. Nonostante conosca piuttosto bene il Paese e gli americani vengo inondato da una corrente di voglia di cambiamento, di forza di volontà, di responsabilizzazione individuale e di ottimismo che serpeggia anche tra chi è davvero in difficoltà. Sarà che l’erba del vicino è sempre più verde ma, rispetto alla corrente oceanica che lambisce l’America, mi sembra che l’Europa sia invece diventata una palude stagnante e nebbiosa, dove nulla succede e nulla cambia. Nell’illusione un po’ snob di essere meglio degli altri, di avere più cultura e storia e di non aver bisogno di alcun cambiamento, finiamo con l’arrenderci all’immobilismo, all’ovvietà e allo status quo.

Se guardiamo per esempio al tasso di obesità infantile in Italia, siamo proprio sicuri che tra qualche anno non saremo messi molto peggio noi degli americani che a quel punto avranno cambiato completamente direzione? E continueremo ancora a mangiare panini e pizzette mentre ci vantiamo delle virtù della dieta mediterranea? Continueremo a guardare con sospetto e diffidenza le persone che si allenano con regolarità e che ci tengono al loro corpo? Continueremo a tagliare i fondi per la ricerca ma a proclamarci il paese della cultura? O avremo finalmente metabolizzato l’idea che tutto dipende da noi, dalle nostre scelte personali che sommandosi una a una, creano un cambiamento sociale in grado di spostare gli equilibri e di definire una nuova traiettoria di sviluppo e di scelte politiche?

Certo, gli Stati Uniti hanno anche molti difetti, troppi per elencarli, e l’Italia e l’Europa devono trovare una propria strada di innovazione e cambiamento nel campo della salute così come in molti altri. Ma una cosa è certa: qui in California essere sani e in forma è diventato “cool” e non prendersi cura di sé è un’idea vecchia che non interessa più. Pare si sia stabilito un principio condiviso da tutti che in Europa stenta ad essere accettato: non è chi cura se stesso ad essere ossessivo e invasato ma sono gli altri a non aver trovato la motivazione, la disciplina e la forza per farlo. È una svolta epocale.

Dr. Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007
1° medico italiano certificato in medicina anti-aging
Performance coach, giornalista e scrittore

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