Use it or lose it: usa il tuo corpo o lo perderai

Editoriale giugno 2015

Si stima che il 40% degli italiani sia completamente sedentario. Oltre 23 milioni di persone che non svolgono nemmeno la minima attività fisica.

Il dato emerge da un’indagine dell’ISTAT del 2009 che mette anche in risalto come un ulteriore 28% di italiani, pari a 16 milioni di individui, svolga attività fisica senza praticare uno sport, cosa che equivale spesso a poco più che andare a fare la spesa a piedi.

Se si sommano questi dati emerge un inquietante quadro fatto di 39 milioni di persone (quasi il 70% della popolazione) che non fa nulla o molto poco. Sempre nel nostro Paese circa la metà dei bambini tra i 6 e i 10 anni ha la televisione in camera e il 38% guarda la TV o gioca con i videogiochi per più di tre ore al giorno mentre solo un bambino su quattro si reca a scuola a piedi o in bici, probabilmente anche per il rischio tutto italiano di essere investito da qualche guidatore deficiente.

Anche i genitori non sembrano dotati di grandi volontà riflessive se si pensa che solo il 43% delle madri di quei bambini fisicamente inattivi ritiene che il proprio figlio svolga poca attività fisica. Del resto è risaputo come l’obesità infantile correli fortemente con il peso della mamma, il livello di attività del padre e il grado di istruzione di entrambi.

Sempre da indagini recenti risulta anche che chi pratica sport da piccolo tende a smettere nel tempo forse a causa delle spinte agonistiche eccessive di genitori e allenatori poco capaci di promuovere la cultura dello sport invece di quella della vittoria a tutti i costi. Infatti, i quindicenni sono nettamente meno attivi dei tredicenni. E l’italiano medio sembra avere anche una spiccata propensione a ritenersi migliore di quello che è: un sedentario su cinque percepisce il proprio livello di attività come assolutamente sufficiente.

Anche nel resto dell’Europa però non se la passano molto meglio se si pensa che circa 600.000 decessi all’anno sono causati dalla sedentarietà e che il 35% della popolazione europea è completamente sedentaria.

Per dare un senso ai dati statistici occorre però chiedersi cosa si nasconde dietro ai numeri. Esistono ragioni strutturali che impediscono agli italiani di muoversi? Abbiamo una specifica carenza di parchi o palestre? Ci sono leggi o regole sociali che impediscono alle persone di andare a correre o di alzare dei pesi? O forse dietro quei numeri impietosi si celano solo pigrizia, paura di impegnarsi, mancanza di cultura, scuse e priorità sbagliate?

Tutto questo sarebbe un problema relativo se per lo meno questa mancanza di dedizione all’attività fisica si accompagnasse ad una grande felicità, a gioia e serenità collettiva date magari da poco impegno ma maggior capacità di godersi la vita. Ma così non sembra essere visto che oltre il 10% della popolazione italiana soffre di un livello di ansia o depressione considerato patologico, oltre l’80% riferisce di essere preoccupatissimo per la situazione di vita in Italia, lo stress colpisce il 40% dei lavoratori e 7 persone su 10 tradiscono il proprio partner per evadere dalla noia della vita di tutti i giorni.

Insomma sembra che l’aperitivo a fine giornata, dolcetti vari e le feste del weekend non siano sufficienti a garantire felicità e spensieratezza. Sarà per questo che tante persone trovano sempre qualcosa di cui lamentarsi. Dolori, sovrappeso, stanchezza, lavoro, troppo freddo o caldo soffocante. La mamma che dice “non mi mangia le verdure” senza preoccuparsi dell’esempio che dà lei o il papà che fa il tifo la domenica dando del cornuto all’arbitro ma che non sa nemmeno più dove siano le sue scarpe da ginnastica.

Abbiamo perso, o forse non abbiamo mai sviluppato, la cultura di una disciplina praticata ogni giorno e di un sacrificio quotidiano per una gratificazione più profonda a lungo termine.

Ci siamo scordati che attraverso la cura del corpo si sviluppa il carattere di una persona e che dolori, rabbia, eccesso di peso, ansia e depressione possono anche scomparire usando il corpo per quello per cui è fatto invece di abusarne con l’ennesima sigaretta o happy hour. E certo un aperitivo salutare è un’opzione così come qualche dolcetto con ingredienti meno dannosi ci può dare una mano. Ma non illudiamoci, la soluzione non sta lì. Anzi il rischio è quello di ritenere di aver fatto chissà quale cambiamento perché si prende la pasta di Kamut® e si usa lo zucchero mascobado invece di quello classico. Il problema non sta tanto in che zucchero usi ma nel capire perché hai così tanto bisogno di alimenti dolci.

I piccoli cambiamenti rischiano di essere solo degli specchietti per le allodole se non vengono collocati in una più profonda e vasta trasformazione della propria vita, delle proprie abitudini e delle proprie priorità. È meglio un cambiamento graduale, continuando a concedersi qualche eccezione come è umano che sia, piuttosto che il vivere nell’illusione di aver già cambiato tutto in meglio senza averlo fatto veramente.

Ieri, tornando a casa dopo l’allenamento ho incontrato una persona che vagamente conosco. Quando gli ho riferito che avevo appena finito di fare sport mi ha risposto “beato te”. Ho intuito che con quella frase voleva dire che lui poverino non aveva mica il tempo di allenarsi e che io ero invece fortunato. Sono d’accordo non tanto sull’avere tempo o meno (sono piuttosto impegnato anche io) ma sul fatto che è una vera fortuna aver trovato la forza e la disciplina interiore per provare ogni giorno a migliorarmi e essere davvero felice.

E poco conta se i pigri continueranno a dare degli ossessivi a tutti quelli che vivono la vita con passione e costanza.

Dr. Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007
1° medico italiano certificato in medicina anti-aging
Performance coach, giornalista e scrittore

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