Il rapporto medico paziente

Editoriale gennaio 2016

Sul rapporto tra medico e paziente sono stati scritti fiumi di parole. Non è mia intenzione dare lezioni a nessuno sul tema ma semplicemente descrivere il mio approccio e quello che ho imparato in questi anni di pratica clinica.

Prima di tutto credo sia importante capire cosa si aspetta l’altro da te, ossia cosa vuole il paziente che ti chiede aiuto. Molto spesso le risposte razionali a questa domanda non sono quelle veritiere. Il paziente può considerarsi semplicemente alla ricerca di un esperto, di un tecnico ma a livello subconscio desidera sempre anche umanità, comprensione, calore, ascolto, pazienza e rispetto. Il medico deve tenerlo presente e non agire solo ed esclusivamente come un tecnico ma come un essere umano disposto ad aiutare l’altro.

La relazione con il paziente è un elemento centrale della cura che per essere veramente tale non può avvalersi solo di farmaci e interventi chirurgici. La cura inizia, infatti, dal momento in cui il paziente entra in un ambulatorio e qualcuno lo accoglie in modo più o meno gentile e affettuoso. Questo primo, breve istante è già di per sé in grado di determinare se la cura partirà o meno con il piede giusto.

Il rapporto medico paziente si fonda sulla fiducia. La fiducia si costruisce conoscendosi.

Stabilire un rapporto significa essere in grado di entrare nel mondo dell’altro e, nel caso della relazione medico-paziente, è il medico a dover fare il primo passo perché, tra i due, è quello che si prefigge di portare aiuto. Nello sviluppo del rapporto però spesso evito di rimanere rigidamente ancorato ai ruoli predefiniti e lascio che il paziente mi conosca anche come persona, permettendogli di capire che anche se abbiamo ruoli diversi, molte cose ci accomunano tutti.

L’ascolto da parte di entrambi è fondamentale perché è dal dialogo e dalla storia del paziente che occorre partire per capire chi ti sta davanti e allo stesso tempo è dalle domande che il paziente riceve che capisce che medico ha davanti. La fretta non aiuta perché costringe il medico a ridurre tutto al sintomo più evidente, cosa che rende difficile l’identificazione delle cause sottostanti.

Anche il medico ha delle aspettative nei confronti del paziente. Per esempio io penso sia importante che il paziente capisca che la medicina non è una scienza esatta, che consideri che a volte i problemi non si risolvono, che spesso la genesi di un sintomo non è organica ma psichica, che il medico, pur facendo del suo meglio, può sbagliarsi. Mi aspetto che il paziente apprezzi in primo luogo l’onestà intellettuale del medico e che non subordini il suo giudizio sulla persona solo al risultato ottenuto.

Il rapporto tra medico e paziente come qualsiasi rapporto che funzioni, si fonda prima di tutto sulla fiducia, non tanto nelle capacità dell’altro ma nella sua buona fede e nella sua onestà e genuina volontà di dare una mano, di aiutare l’altro. La fiducia si costruisce conoscendosi.

A proposito di dare una mano, il contatto fisico è importante, dallo stringere la mano, al mettere una mano sulla spalla per rassicurare, al visitare il paziente con cura e attenzione. Una ricerca americana indica come i medici che visitano meno i propri pazienti sono quelli ad avere più problemi legali.

La relazione di cura dovrebbe essere vista quasi come un momento sacro a cui il medico si avvicina in punta di piedi ma con la determinazione assoluta di fare il meglio delle proprie possibilità. Sa che ha una chance, a volte unica, per avere un impatto positivo o negativo sulla vita dell’altro.

 

Non esiste solo la dimensione high tech, ma anche quella high touch, perché l'organismo umano è molto più simile ad un'opera d'arte che ad un sistema ingegneristico

 

A volte sembra che tutto questo venga sottovalutato da una medicina che punta tutto sulla tecnologia, sulle scoperte, sui farmaci. In fondo si dice che la medicina sia scienza e arte, o forse sarebbe meglio dire un’arte guidata da un sapere scientifico. Per uno sviluppo armonico della disciplina è necessario preservare entrambi gli elementi, quello scientifico e quello artistico, ossia umano. Non esiste solo la dimensione high tech ma anche quella high touch anche perché l’organismo umano è molto più simile ad un’opera d’arte che ad un sistema ingegneristico.

Di questo concetto parlò per primo già negli anni ottanta lo scrittore americano John Naisbitt. Ogni volta che si sviluppa un progresso tecnologico ci deve essere il contrappeso di una spinta umana che ristabilisce l’equilibrio, ossia l’elemento high touch, altrimenti la tecnologia viene respinta perché percepita come priva di significato.

Parte del crescente rifiuto delle persone nei confronti della medicina ufficiale temo sia legato proprio alla perdita di questo elemento umano che trae il suo fondamento dal rapporto tra medico e paziente. La soluzione non è il ricorrere a metodi alternativi o privi di basi scientifiche ma il ricostruire la componente mancante a partire dall’incontro con il paziente.

Dr. Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007
1° medico italiano certificato in medicina anti-aging
Performance coach, giornalista e scrittore

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