Le proteine sono pericolose quanto il fumo?

Editoriale aprile 2014

Uno studio pubblicato recentemente sembra indicare una serie di effetti negativi legati all’assunzione di proteine animali (http://www.cell.com/cell-metabolism/fulltext/S1550-4131%2814%2900062-X). I media e i sostenitori di un’alimentazione priva di proteine animali hanno diffuso la notizia in modo tanto assurdo quanto ridicolo, arrivando perfino a sostenere che l’assunzione di proteine animali faccia tanto male quanto il fumo di sigaretta! Si tratta ovviamente dell’ennesima lettura superficiale dei dati estrapolati questa volta per altro da uno studio che ha numerose limitazioni.

In primo luogo quello che è stato descritto come uno studio è in realtà il risultato di due ricerche molto diverse tra loro: una di osservazione epidemiologica su esseri umani e l’altra di intervento svolta però solo su topi. Per definizione, uno studio epidemiologico non può portare a stabilire una relazione causa effetto tra due fenomeni. In questo caso specifico non è possibile quindi sostenere che il consumo di proteine faccia male ma eventualmente solo che nel gruppo con elevato consumo proteico si è osservato un aumentato rischio di malattia che, come vedremo più avanti, può essere però dovuto a molti altri fattori non presi in considerazione.

Ancora meno si può cercare di spiegare il meccanismo alla base di questa supposta relazione con dati estrapolati da un altro studio fatto solo su un modello animale. Nello studio in questione si parla del consumo di proteine in relazione alla crescita tumorale ma è bene sottolineare che questo riguarda i topi studiati e non gli uomini, topi in cui per altro il tumore è stato artificialmente introdotto per osservarne la velocità di crescita. Il presunto meccanismo alla base di una crescita accelerata sarebbe legato all’elevazione dell’IGF-1 (un fattore di crescita) che stimolerebbe la replicazione cellulare, e la cui secrezione sarebbe aumentata dal consumo di carne.

Anche la selezione dei gruppi nello studio di osservazione epidemiologico lascia molto perplessi. I tre gruppi (introito proteico elevato, moderato e scarso) sono, infatti, numericamente molto diversi. Invece di selezionare tre gruppi uguali e di estrapolare dai gruppi i tre diversi introiti proteici, qui è stato usato l’approccio opposto, usando cioè l’introito proteico come il criterio di suddivisione e arrivando a formare così tre gruppi del tutto disomogenei e difficili da controllare.

Come in molti altri studi anche in questo caso, per dare maggior risalto ai dati, si evita di riportare i valori assoluti e si usano invece solo quelli relativi capaci però di confondere non poco le idee. Se ragioniamo solo in termini di valori relativi potremmo pensare che comprando due biglietti della lotteria invece di uno le nostre chance di vincere raddoppiano. È certamente così ma la probabilità rimane comunque molto scarsa passando da 1 su 14 milioni circa a 1 su 7 milioni. L’esempio rende l’idea di come i dati relativi possano esaltare dei risultati in realtà non significativi.

Nello studio gli eventuali rischi legati all’introito di proteine si manifestano solo in una specifica fascia d’età e non si cita che nelle altre fasce il rischio è invece ridotto dall’assunzione di più proteine. E non si tenta nemmeno di dare una qualche spiegazione dell’eventuale effetto diverso in età diverse.

Anche lo studio sui topi va preso con le pinze. Non si tratta, infatti, di uno studio in cui si osserva una maggior incidenza di tumori ma i tumori sono stati artificialmente impiantati negli animali per osservarne la velocità di crescita. In questo caso non si capisce dove stia la sorpresa nel constatare che nei topi con livelli più elevati di IGF-1 si osserva una crescita più rapida della neoplasia: se c’è un tumore è logico che un fattore di crescita come l’IGF-1 contribuisca al suo sviluppo ma ciò non ha nulla a che fare con il fatto che lo stesso fattore di crescita induca il tumore. Altra cosa che si omette di dire è che negli animali l’esito è del tutto analogo sia che vengano assunte proteine animali che vegetali.

In questo studio, come in quasi tutti gli studi sull’alimentazione, i singoli macronutrienti vengono estrapolati completamente dal resto degli stimoli che agiscono su un organismo vivente. Non si sa nulla per esempio dei livelli di esercizio e del loro effetto sull’esito finale. Non si sa nulla nemmeno dei diversi effetti generati dall’assunzione di proteine diverse (carne rossa, pesce, uova, pollame, legumi, latte e derivati) e non viene assolutamente considerata la differenza tra i diversi metodi di allevamento. E cosa succede se una persona assume proteine in abbondanza ma mangia anche tanta verdura? E se assume molto pesce e non carne rossa? È lo stesso che mangiare hamburger e patatine fritte? E come si associa tutto ciò con l’assunzione di zuccheri, carboidrati e grassi?

Insomma qualsiasi decisione prendiate nei riguardi dell’assunzione di proteine non fatelo per via di questo studio che alla fine non dimostra nulla e ha il solo merito di sollevare ulteriori domande. Una in particolare: esistono necessità nutrizionali differenti nelle diverse fasi della vita? Sarebbe interessante capirlo.

Dr. Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007
1° medico italiano certificato in medicina anti-aging
Performance coach, giornalista e scrittore

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