Fukushima: un disastro ingestibile

Fukushima: un disastro ingestibile

Dopo la catastrofe giapponese non si parla altro che di radiazioni. Sembra di essere tornati ai tempi di Chernobyl, 25 anni fa. Allora c’erano poche migliaia di chilometri a separare noi italiani dal disastro. Oggi sono un po’ di più, ma il dramma rimane altrettanto intenso per le popolazioni colpite direttamente, per l’ambiente e per le conseguenze a lungo termine che sono al momento difficili da stimare.

Uno studio pubblicato nel numero del 17 marzo del Journal of Environmental Health Perspectives, indica come il rischio di cancro della tiroide nelle persone esposte da bambini alle radiazioni di Chernobyl non sia calato a 25 anni di distanza dal disastro. In questo studio sono stati esaminati più di 12500 persone che avevano meno di 18 anni nel 1986, all’epoca dell’incidente nucleare di Chernobyl. La radioattività tiroidea di ciascun soggetto fu misurata entro i 2 mesi dall’esposizione e complessivamente le persone sono state rivalutate 4 volte nel corso degli anni. 65 partecipanti hanno sviluppato un tumore tiroideo e i ricercatori indicano un rischio doppio per ogni “gray” aggiuntivo, un’unità di misura delle radiazioni assorbite.

Per di più il rischio non è diminuito nel tempo. Altri studi che hanno analizzato la condizione di soggetti esposti a bombe atomiche hanno evidenziato che il rischio tumorale inizia a calare solo dopo 30 anni dall’esposizione e che anche dopo 40 anni rimane significativamente superiore al rischio nella popolazione generale.

È notizia di questi giorni che nella zona circostante la centrale di Fukushima sono stati lasciati marcire nell’acqua migliaia di corpi troppo radioattivi per essere raccolti. In  alcuni casi pare sia stato perfino difficile curare i feriti radioattivi perché rappresentano una minaccia per ospedali e personale sanitario.

Quello che è accaduto a Fukushima ci deve far riflettere. Si certo non è stato un vero incidente nucleare in quanto la causa è da attribuire al terremoto e allo spaventoso tsunami che esso ha provocato. È questo quello che si sente ripetere in televisione da chi ci invita a mantenere la calma e a non abbandonare il nucleare. Ma questo fa davvero una differenza? Cambia qualcosa per le persone contaminate? Per l’ambiente? Che differenza fa se il disastro è provocato da un guasto tecnico o da un terremoto? Rimane sempre un disastro. E infatti ciò che ci deve preoccupare davvero del nucleare è, da un lato l’enorme difficoltà nel gestire qualsiasi cosa vada storta, che sia per un incidente tecnico o meno, dall’altro il realizzare che i danni sono irreparabili e continuare a produrre i loro tragici effetti a distanza di decadi.

Il nucleare dunque sarebbe accettabile solo se ci fosse la sicurezza assoluta che danni tecnici o danni provocati sono gestibiili, controllabili e contenibili. Quello che sta accadendo in Giappone dimostra esattamente il contrario. E si tratta di un paese assolutamente organizzato, efficiente e tecnologico. Figuriamoci cosa potrebbe accadere in Italia.

 

 

Dr. Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007
1° medico italiano certificato in medicina anti-aging
Performance coach, giornalista e scrittore

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